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Un Natale Amaro

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Nell’ultimo mese si sono celebrate Giornate dedicate a temi molto attuali e delicati: la giornata della Consapevolezza del lutto perinatale appena conclusa, quella per la Prevenzione del Suicidio (10 settembre), e la Giornata Mondiale della Salute Mentale nota anche come Mental Health Day (10 ottobre).

Nel mio caso sono state occasioni per riflettere su quello che hanno significato questi anni per me, per la mia persona, per  la mia vita di coppia e professionale, per la mia nuova identità di madre.

E’ un processo lungo e ancora in corso quello che sto facendo per ricostruire, conoscere e riconoscere la mia nuova Me.

Il lungo e tortuoso viaggio alla ricerca di mio figlio, ha fatto sì che pezzi della mia identità passata, si perdessero lungo il cammino. Alcuni si sono addirittura frantumati e sarà molto improbabile recuperarli; altri dovranno essere modificati.

Leggendo storie di donne che si sono aperte raccontando i loro vissuti proprio in occasione delle giornate che citavo poco fa, mi sono sentita una fortunata, una miracolata. Nonostante il male che ho attraversato, il mio è stato un percorso con un epilogo felice. Questo mi fa sentire quasi in colpa. So che non ha senso, ma riesco a percepire così profondamente il dolore delle altre donne, che lo faccio mio.

Questo “sentire” il dolore altrui, è una costante che mi accompagna da qualche tempo a questa parte. Tutto è iniziato una sera apparentemente normalissima di Dicembre dell’anno scorso, avvolta nel mio piumone caldo mentre il mio piccolo accanto dormiva beato (strano, ma vero).

Prima di abbandonarmi anche io tra le braccia di Morfeo, navigo tra i social, leggo le varie notizie del giorno.

Resto impietrita. Non riesco a parlare. Vorrei chiamare mio marito e raccontargli quello che ho appena letto, ma non ci riesco. Ho le palpitazioni, scendono le lacrime, la voce si strozza.

 

suicidio post parto

Una mamma si è tolta la vita gettandosi da un ponte a Roma insieme alle sue gemelline nate premature e con seri problemi di salute. Lei e suo marito avevano fatto ricorso alla fecondazione assistita per realizzare il loro sogno.

Il destino con loro è stato spietato, atroce. Non solo il dolore di non poter avere figli in modo naturale, ma, dopo esserci riusciti grazie alla scienza, anche la beffa di mettere al mondo delle creature troppo presto.

Non erano pronte loro. Non era pronta la loro mamma.

Da un lato credo non sia rispettoso fare il nome di questa mamma, dall’altro vorrei che se ne parlasse ogni giorno perché non è giusto cadere nell’oblio dopo quello che ha passato, perché merita di essere ricordata, perché quello che è successo a questa donna, alle sue bambine e alla sua famiglia non deve più accadere, perché di questa storia si è parlato come si parla di qualsiasi altro fatto di cronaca, o forse anche meno, visto che in quei giorni le persone e i mezzi di comunicazione erano più intenti a dar risalto al Santo Natale con tutto il consumismo che ne deriva.

Forse invece, data la ricorrenza, sarebbe stato il caso di riflettere un pochino di più su questa tragedia. Il Natale, si celebra la natalità, la vita e si piange la morte di una splendida Mamma e delle sue creature.

Quella notte non sono riuscita a dormire. Ho pianto come se a morire fosse stata mia sorella. Ricordo la confusione nella mia testa, il dolore che aveva nuovamente pervaso ogni centimetro del mio corpo. Ero disperata: quel lutto mi riguardava. Era un pezzo di me.

Ero anche arrabbiata, lo ammetto, con le persone che intorno non sono riuscite a capirla, con il sistema che ti usa come cavia da laboratorio e poi ti molla perché hanno fatto il loro dovere, ma lo stato di salute mentale della donna non è di loro competenza. Della tua anima e del tuo cuore a pezzi non importa a nessuno.

Tutti sicuramente si sono concentrati sulle bambine, o almeno principalmente su di loro perchè in quel momento erano loro ad apparire le più fragili.

Ma perché ancora non è chiaro a nessuno che quando nasce un bambino, nasce anche una mamma? Sono l’uno parte dell’altra. Entrambi hanno bisogno di cure e amore. Una mamma può essere forte per il suo bambino solo nel momento in cui sarà a sua volta amata, supportata, aiutata, capita.

Per di più una donna che affronta quello che ha affrontato La Mamma delle gemelline, non può e non deve essere lasciata sola.

Una volta nel centro che mi ha seguito nel mio percorso di PMA, hanno consegnato alle pazienti uno di quei fantastici questionari per misurare la Customer Satisfaction. Iniziativa lodevole se fosse servito a qualcosa.

Infatti tra le note scrissi che per il bene delle pazienti e della coppia in genere sarebbe stato necessario anche un supporto di tipo psicologico, un professionista che magari facesse un colloquio di persona o telefonico nei momenti più delicati del percorso.

Parole al vento! A distanza di tre anni niente è cambiato. Al contrario percepisco sempre meno umanità ed empatia tra i medici operanti in questo settore.

Penso spesso alle gemelline, alla Mamma dal cuore infranto. Avrei voluto parlarle, tenderle la mano.

Questo episodio mi ha segnata profondamente. Da quella sera ho preso piena consapevolezza di non essere più la stessa persona Pre – Fivet.

importanza del supporto psicologico

Ero cambiata inevitabilmente. Avevo un dolore dentro di me che non mi avrebbe più permesso di rapportarmi a certe situazioni della vita quotidiana con la stessa leggerezza e superficialità.

Avevo un dolore che non era solo mio, era anche quello di tutte le altre donne che soffrivano come me. Ogni volta che una donna mi raccontava la sua storia, ogni volta che ne sentivo parlare anche in TV, o ne leggevo sui giornali, io sentivo il dolore sulla mia pelle. So che non è sano, ma è reale.


Da quel Natale in poi ho cominciato a stare sempre peggio. Mi sentivo oppressa. Tutte le paure, tutte le sofferenze che la nascita del mio Miracolo sembravano aver sepolto, sono riemerse.

Forse è stato un bene che il mio malessere si sia manifestato in modo così evidente e prepotente perché a quel punto anche chi, fino a quel momento, faceva finta di non vedere, non poteva più tirarsi indietro. Certo, nessuno può capire una donna che ha attraversato quel caos interiore tanto da aiutarla in prima persona. Però già spingere una Donna a farsi aiutare da un professionista è qualcosa. Anche quello è un modo per confermare il proprio interesse e presenza non solo fisica.

Io ho fatto così. Nel momento in cui tutto quello che avevo passato in realtà era passato MA non superato, non metabolizzato, sono andata in terapia. E’ stata la scelta più azzeccata della mia vita.

Tutti noi ne avremmo bisogno. Ci sarebbero meno persone infelici in giro, e meno pericolose per se stesse e per gli altri.

Da lì ho capito che scrivere, parlare, urlare e condividere la mia storia mi avrebbe fatto bene. E’ letteralmente togliersi un peso. Quando sto per scoppiare devo raccontarlo, mi alleggerisco, ma poi torna, e allora ne riparlo … si che palle per qualcuno, lo capisco, ma serve anche a questo, a sdrammatizzare.

Più se ne parla, più si esorcizza la paura, il dolore, il male che si è provato. Parlatene!!!

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