La Mia Esperienza

PMA e Lavoro

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E tu che lavoro fai?

indossare una maschera

Indosso il mio ostentato sorriso e ad essere sincera non mi riesce bene. Percepisco il disagio di essere in mezzo agli altri, in contesti di vita sociale in cui confrontarsi: mi sento inadeguata e in qualche modo di aver fallito.

A stento mi riconosco sia quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio (che ormai cerco di evitare), ma ancor più quando mi guardo dentro.

E tu che lavoro fai?

Me lo sento chiedere spesso in varie occasioni: quando incontro persone che non vedo da un pò, quando mi capita di fare nuove conoscenze. L’ultima volta qualche giorno fa all’asilo del mio piccolo.

A porre la domanda è stata proprio la sua Maestra. Un quesito così inaspettato che mi ha lasciato dieci secondi senza parole, sbigottita. In quei brevi istanti nella mia testa si sono susseguite parole a raffica, ma nessuna sembrava descrivermi davvero, coincidere con la mia persona (almeno con l’immagine che vorrei avere di Me). Casalinga? Disoccupata? Mamma a tempo pieno? Odiavo definirmi con ognuno di quei termini: non mi rappresentavano.

Con un filo di voce ho replicato: “Al momento non sto lavorando, mi sono presa una pausa”.

Salita in macchina sono scoppiata in un pianto disperato e liberatorio.

Chi sono io? Cosa rappresento? Come posso uscirne?

Tutti i miei peggiori incubi si sono avverati: non avere un figlio naturalmente, l’incubo di dover fare una vita di sacrifici, quello di perdere la mia autonomia e dover dipendere da qualcun altro.

Ho combattuto una vita per guadagnarmi la mia indipendenza, quindi come ci sono finita in questa situazione?

Cosa facevo prima? Di cosa erano fatte le mie giornate? Quali erano i miei sogni? Cosa amavo fare?

A volte mi devo fermare e nel silenzio sforzarmi di ricordare la Me prima d’iniziare la ricerca di un figlio, prima che mi si dicesse “Se volete un bambino, dovere tentare la strada della fecondazione”.

Se chiudo gli occhi mi sembra di rivedermi: immersa tra mille attività, sempre di corsa, il lavoro che occupava gran parte delle giornate, corsi di aggiornamento di ogni genere per assecondare la mia fame di sapere, crescere e migliorarmi, cene fuori o a casa da amici, il cinema, la sera col mio Lui quando ancora riuscivamo a comunicare, guardare insieme le nostre serie TV preferite, le gite fuori porta che amavamo immortalare in mille mila foto, viaggiare in ogni Dove.

Cosa è rimasto? Non lo so. Sto ancora cercando di capire cosa c’è ancora di quella ragazza vivace, piena d’interessi, mete da raggiungere.

Lo dico con fermezza e a scanso di equivoci: l’obiettivo più importante della mia vita l’ho raggiunto. E’ mio figlio. E’ stata la cosa più difficile e al tempo stesso più desiderata e amata: niente è stato e sarà mai paragonabile a questo.

 

donna e mamma

Ma prima ero anche altro e cercare di far mediare questi aspetti in me così contrastanti, la donna che voleva la carriera e la Natamamma , non è facile. Non in un paese come l’Italia e soprattutto se abiti da Roma in giù.

Ho raccontato in altri post di quanto questo percorso possa cambiare profondamente una donna, di come, nel mio caso abbia creato un netto divario tra la Me pre e post PMA, di come sia necessario riconoscermi in quella che sono ora, accettarmi per certi versi, ricostruire la mia identità.

Uno dei fattori che hanno portato a questa spaccatura tra passato e presente è quello lavorativo/professionale.

Per molti anni mi sono dedicata esclusivamente alla realizzazione personale, che fino al momento in cui ho cominciato a desiderare un figlio, coincideva con il raggiungimento di obiettivi in ambito lavorativo. Da bambina sognavo in grande, volevo una carriera come quelle che si vedevano nei film americani: quelle donne in tailleur nei grandi grattacieli mi trasmettevano un senso di libertà autonomia e indipendenza che ho sempre ammirato.

Studiare non mi è mai pesato, fare i compiti appena tornata da scuola per me era la normalità. Ero una bambina ribelle in famiglia, ma assolutamente diligente. Non c’è stato un giorno in cui qualcuno mi abbia dovuto chiedere “Hai fatto i compiti?”: la risposta era scontata.

Dal quarto liceo in poi ho sempre lavorato e studiato contemporaneamente fino alla laurea. Furono anni di sacrifici. Non avevo tempo di coltivare hobby, gli amori li ho vissuti sempre a 360°, ma quando sentivo che mi stavano togliendo qualcosa alle mie prospettive future, scappavo a gambe levate.

Tante rinunce che poi non hanno dato i loro frutti: faccio parte della generazione che si è affacciata nel mondo del lavoro proprio nel periodo della crisi più buio.

Così la mia vita professionale è stata scandita da periodi in cui correvo come una Ferrari perché assunta da una nuova azienda ce la mettevo tutta per mostrare le mie capacità, mi mettevo alla prova, dovevo dimostrare di saper fare, di voler imparare (il che era vero), che non mi pesava fermarmi spesso e volentieri oltre l’orario lavorativo (era estenuante, ma tenevo duro), e altri periodi di inattività perchè un’azienda chiudeva, l’altra cambiava la sede in una città lontana, e poi un’altra non ti confermava perché “Stiamo tagliando i costi”. E poi anche io ho deciso di mollarne un paio perché va bene tutto, ma non scendo a compromessi quando si tratta di dignità del lavoro e della persona: alcune condizioni che proponevano erano inaccettabili.

Insomma, tutto molto tormentato fino a quando, stanca, ho detto “Basta, ora voglio un figlio. Se aspetto di trovare il lavoro perfetto, ideale, la situazione stabile mi faccio vecchia” (e biologicamente già lo cominciavo ad essere).

Quello che è accaduto dopo lo conoscete, ma quanto ha pesato sulla mia vita professionale?

Durante il mio percorso PMA ero impiegata in un’azienda nella quale per la posizione che ricoprivo ero a stretto contatto con i titolari.

Chi di voi ci è passata sa cosa comporta la fase di stimolazione, la terapia che prevede punture a orari prestabiliti, controlli ecografici altrettanto metodici, insonnia, irritabilità, ansia.

maternità e lavoroFui bravissima a gestire questo periodo. Per non destare sospetti e non prendere permessi, mi alzavo a orari improponibili per effettuare i monitoraggi e per poi arrivare perfettamente in tempo (anzi in anticipo) a lavoro fresca come una rosa, col sorriso stampato in faccia come se niente fosse.

Dopo il pick up stetti molto male. Andai in iperstimolo e azzardai a prendermi qualche ora di permesso per fare un controllo. Per fortuna nulla di grave e nonostante i dolori, il giorno dopo ero di nuovo a lavoro ostentando tutta la serenità di questo Universo.

Come ho già detto, il mio primo transfer si è concluso con un positivo. Ero sì felice, ma sentivo dentro di me come se “non fosse la volta buona”.

Qualche settimana dopo le mie sensazioni furono confermate: non c’era più battito. L’ecografia dell’orrore la feci durante una pausa pranzo dalla quale ovviamente non tornai in ufficio.

Presi tre giorni dal lavoro, uno per il raschiamento, gli altri due per riprendermi.

Tanto bastò per mettere la pulce nell’orecchio ai titolari che si permisero di fare domande personali sul mio conto alle mie colleghe. Arrivarono a chiedere esplicitamente se fossi incinta e se ci fosse stato qualcosa andato storto. A quanto pare loro negarono.

Tornai in ufficio “serena” agli occhi degli altri, mentre dentro avevo la morte. Sentivo fisicamente il dolore di quella perdita, ero come trafitta da mille lame, ma continuavo a lavorare come una pazza per colmare quel vuoto, e per non far trapelare niente. Nessuno doveva sospettare o pensare che stessi facendo meno per qualche problema personale.

Ma ormai avevano mangiato la foglia.

 

Quell’assenza di qualche giorno mi era stata fatale e di lì in poi l’atteggiamento del titolare nei miei confronti cambiò radicalmente.

 

Mobbing sul lavoro: chiamiamo le cose col loro vero nome

Cominciò a chiedermi straordinari sempre più spesso, si presentava alla mia scrivania a controllare il mio operato per mettermi sotto pressione e lo faceva proprio nel momento in cui sarei già dovuta essere fuori dall’ufficio, così da costringermi a restare oltre l’orario, chiedeva continuamente reportistica su quanto stavo facendo e ovviamente non era mai abbastanza, mi cambiava mansioni ogni giorno e anche più volte al giorno. Mi trasformò in un Jolly che piazzava a suo piacimento dove gli faceva più comodo.

Se la mattina si alzava con l’idea di rovinarmi la giornata, mi ordinava (letteralmente) di sostituire la Collega del centralino e al contempo – mentre rispondevo a 150 chiamate al minuto – mi  costringeva a svolgere le mie consuete attività che richiedevano una certa concentrazione. Ovviamente due mansioni incompatibili, ma lui era soddisfatto perché rallentando i miei ritmi, a fine giornata aveva la scusa per lamentarsi del mio operato a suo avviso non all’altezza.

Quando gli feci notare che quel modus operandi era controproducente in primis per l’azienda, mi rispose “Tu fai quello che dico io”. Alzava sempre più spesso la voce e lo faceva senza remore davanti ad altri colleghi al fine di umiliarmi: un giorno arrivò a lanciare sulla mia scrivania con disprezzo un progetto al quale avevo lavorato moltissimo.

Sapevo dove voleva portarmi, ma non mollai. Dopo qualche mese mi sentii pronta per un secondo tentativo, quello che mi regalò mio figlio.

Inutile dire che la conferma della notizia della mia gravidanza fu la spaccatura definitiva con l’azienda. dimissioni forzateUn giorno mi contattò il loro consulente del lavoro chiedendomi un incontro. Non fu esplicito, ma girava e rigirava intorno al discorso che avrei potuto dare le dimissioni e prendere la disoccupazione perché la legge lo prevedeva.

Ero nauseata. Quello che avrebbe dovuto essere il periodo più bello per la vita di una donna si era trasformato in un vero incubo. Già le ansie insite in me per la paura di perdere il mio bambino, la stanchezza fisica, la terapia di progesterone da portare a termine fino alla dodicesima settima (ancora mi sembra di sentire il dolore di quelle iniezioni). Ora ci si metteva anche il lavoro per cui mi ero spesa senza riserve, che per me aveva sempre significato tutto, la mia dignità, l’indipendenza. Stavano cercando di “farmi fuori”.

Tenni duro, ma all’anno di vita del bambino, lasciai quel covo di trogloditi, esseri spregevoli, misogini, maschilisti. La mia salute mentale era più importante e togliere tempo al mio bambino per buttarlo discutendo con dei bifolchi che ancora vedono nella Donna tutte le loro paure e riversano su di Lei le loro frustrazioni, no grazie!

dimissioni forzateMi costò tantissimo quella scelta obbligata. Amavo quello che facevo e avevo un ottimo rapporto con i colleghi (anche se nel momento in cui avrebbero dovuto supportarmi e magari esporsi come io feci per alcuni di loro, si dileguarono: un classico). Sapevo inoltre quello a cui stavo andando incontro. Trovare una nuova occupazione con un figlio non sarebbe stato facile e il mio istinto non sbaglia mai, ahimè.

D’allora sostengo a fasi alterne colloqui, ma qualcosa è cambiato. Da un lato io non mi sento più disponibile ad accettare alcune soluzioni che vanno totalmente contro il giusto balance vita lavorativa / vita privata; dall’altra ho cominciato sempre più a notare che molte delle domande poste in sede di colloquio sono spesso mirate a carpire notizie sulla mia vita personale. Inoltre …vaglielo a far capire la ragione per la quale ho lasciato un impiego a tempo indeterminato: ogni volta invento scuse poco credibili perché dire “subivo mobbing a causa della mia maternità” non è il miglior modo per presentarsi.

Quante volte sono tornata a casa in lacrime! Ho perso il conto.

L’ultima risale a qualche settimana fa, quando mi è stato anche consegnato un form da compilare in cui si richiedeva numero di figli e la loro età: durante la conversazione con la responsabile della selezione mi sono state poste solo ed esclusivamente domande private, addirittura se i mie genitori fossero in pensione e se avessero potuto darmi una mano nel caso in cui il bambino fosse stato male.

In un’altra situazione mi sarei alzata e cordialmente li avrei mandati a quel paese, ma Marito mi aveva chiesto di stare calma (già avevamo parlato dell’eventualità di domande scomode e inopportune). Sono rimasta calma per lui, per dimostrargli che ce la sto mettendo tutta, ma che ci sono cose che tuttavia non dipendono da me. Quel lavoro era perfetto per me: avevo tutte le qualità per svolgerlo al meglio, orari perfetti per le mie esigenze, non dovevo attraversare la città per recarmi in azienda. Sembrava la situazione ideale. E non essere neanche presa in considerazione per le mie pregresse esperienze accademiche e lavorative, per le mie competenze mi ha ferita profondamente.

Già prima del pensiero di metter su famiglia mi sono trovata a dover sostenere colloqui in cui mi venivano fatte domande inerenti la sfera personale e dei sentimenti.

E’ sposata?”, “Convive?”, “E’ fidanzata?”, “Ha figli?”.

Un giorno esasperata risposi: “No non ho figli, ma anche se li avessi dov’è il problema?”

La replica fu: “Beh vede, chiediamo ogni tanto di fare delle trasferte e con un bambino tutto si complica”.

Di nuovo Io: “Beh invece per me i figli sono un valore aggiunto e come gestirei io questa sfera della mia vita privata non dovrebbe interessarvi. Vi ringrazio del tempo che mi avete dedicato, ma non sono interessata a lavorare io per un’azienda come la vostra.”

Erano tre uomini davanti a me. Rimasero di sasso. Mi richiamarono anche per dirmi che ero piaciuta, ma erano loro a non piacermi.

Quindi, fare un figlio è stata la scelta giusta?

Ho capito che gran parte del mio malessere nel post parto fu dovuto anche a questa situazione paradossale. Io sì che avevo voluto con tutte le forze il mio bambino e se tornassi indietro è una scelta che rifarei ogni giorno in cui ho respiro, è vero che sono una NataMamma e per me sarebbe stato inconcepibile vivere una vita senza figli, ma io sono anche una donna sveglia, curiosa, intelligente, che ha studiato e lavorato da sempre. Determinata, vado dritta come un treno quando devo raggiungere un obiettivo, non mi sono mai risparmiata per le aziende nelle quali ho lavorato e mi sono vista tagliata fuori mano a mano che l’età avanzava.

maternità e lavoroUna donna sulla trentina che non vive in una grande città del nord e non possiede ancora una solita condizione lavorativa subirà un grosso impatto dal suo nuovo status di mamma.

I sentimenti di paura di non essere all’altezza, solitudine, nervosismo, l’insicurezza data dalla precarietà del lavoro e dall’inesistenza di una rete sociale adeguata, provoca nella donna malessere che spesso viene mascherato, ma influisce su scelte e stati d’animo.

Recentemente è stato portato a Teatro a Roma un lavoro della regista Betta Cianchini dal titolo “Dolce attesa per chi?”. Alcune note raccontano:

“Bello fare figli. Ma preparatemi una società che sostenga una mamma che non ha garanzie di un futuro neanche per sé. Le donne, specie avvicinandosi ai quaranta, sembrano dei soldati che si preparano ad una lotta dura e ingiusta.”

E niente, non credo serva aggiungere altro!

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