Gravidanza,  La Mia Esperienza

Babyloss Awareness Day, la giornata mondiale della consapevolezza sul lutto perinatale.

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Il 15 Ottobre viene celebrata la giornata mondiale della consapevolezza del lutto perinatale.

Già da qualche settimana si stanno promuovendo una serie d’iniziative  e attività di sensibilizzazione sulla morte del bambino prima del parto o nei primi giorni di vita.

Ci si confronta, si condividono storie ed esperienze.

Tutto questo vedrà il suo culmine nell’Onda di Luce. Alle 19 ora locale, in tutto il mondo chi vorrà, potrà accende una candela per un’ora.

Un’onda di luce attraverserà così il globo, illuminando progressivamente tutto il pianeta, un fuso orario dopo l’altro. E’ un gesto simbolico per sentirsi uniti e non più soli ad affrontare un dolore che isola e logora.

Il mio lutto

Chiunque abbia sperimentato l’incubo di un aborto o del lutto perinatale, ha sicuramente dovuto ascoltare suo malgrado commenti fuori luogo, frasi infelici, interventi inopportuni e non richiesti.

E questo sia da parte di amici/familiari, ma quel che è peggio che spesso sono gli operatori del settore sanitario con cui si viene a contatto in questi terribili momenti, che abituati ormai al dolore delle Donne, lo minimizzano sino quasi a sminuirlo.

Quando durante il primo trimestre di gravidanza, il mio medico mi disse “C’è qualcosa che non va”, quasi svenni.

Ero arrivata a quella gravidanza dopo tante sofferenze, un doloroso percorso di PMA, avevo già sentito il battito del mio bambino e un paio di settimane dopo, il cuoricino non batteva più.

Ero devastata. Il mio era un pianto disperato, urlato, ma allo stesso tempo soffocato. Lo sentivo dentro, profondamente dentro di me, nel petto e da quanto era forte riuscivo a sentirlo fisicamente, sembrava di toccarlo.

Andai al pronto soccorso devastata, ma cercai di ricompormi per mantenere un minimo di dignità. Come previsto venni trattata con la classica sufficienza che contraddistingue la stragrande maggiorante di un pronto soccorso di una struttura pubblica.

Feci una seconda ecografia che confermò il responso del primo medico. Le lacrime scendevano sul mio volto senza che potessi fermarle. Ero silenziosa e ormai ripiegata su me stessa. Uscii spontanea solo una domanda retorica fatta timidamente tra me e me: “Perché?”.

Mi sentii dire: “Succede anche alla 20esima settimana, vuoi che non succeda a te? E’ normale, ci riproverai”.

I miei occhi erano così pieni di lacrime che non riuscivo neanche a mettere a fuoco il volto di quel soggetto (una donna). Una donna che parla così ad un’altra in un momento talmente delicato: avevo la nausea.

Ero disperata, confusa, arrabbiata. Volevo gridare il mio dolore, ma da quel momento in poi volevo in primis una cosa: mettere fine a tutto ed eseguire il raschiamento.

Arrivò un’altra sorpresa: per effettuarlo avrei dovuto aspettare almeno una settimana. Non avevano posto e poi non so che festività c’era di mezzo.

Pensai…festività??!!. Siamo in un Ospedale dove si dovrebbero salvare vite e mi parlano di festività. Comunque sarei dovuta stare con mio figlio morto nella pancia per minimo una settimana.

Non era ammissibile. In quel momento la mia mente viaggiava cercando di valutare tutte le possibili opzioni per mettere fine a quell’incubo.

Mi rivolsi ad un’altra struttura e lì, dopo l’ennesima visita di controllo, pianificarono per il giorno seguente l’intervento. Mi sentii sollevata.

Portare dentro di sé una vita spezzata è quanto di più atroce si possa immaginare. Andare a letto sapendo che dentro di te c’è una “non vita”, è una sensazione di morte che non mi abbandonerà mai.

Non chiusi occhio quella notte. Piansi ininterrottamente e per non gravare ulteriormente lo stato emotivo anche di mio marito mi rinchiusi in bagno per ore, per non essere sentita e dar libero sfogo al mio atroce dolore.

L’indomani come programmato andai accompagnata da mio marito. Non volevo parlare, non volevo nessuno vicino a me. Volevo stare sola con quel dolore ingombrante. Aspettai un bel po’ prima di essere chiamata da un medico piuttosto freddo e distaccato. Chiesi se c’era modo per capire la motivazione dell’interruzione di gravidanza, se ci fossero stati esami o altri approfondimenti che avrei potuto fare anche per evitare che si ripetesse in futuro. Senza neanche guardarmi, mentre continuava a occuparsi della parte burocratica del mio ricovero, replicò secco: “No, gli approfondimenti si fanno dopo il terzo aborto!”. Non aggiunse altro. Ero ammutolita.

Se non fosse stato per il momento tragico che stavo vivendo, i contenuti e i modi di quella risposta sembravano provenienti da una candid camera.

Stare di fronte a quel dottore distaccato e indifferente mi metteva soggezione. Pensare che sarebbe stato lui ad eseguire l’intervento…

Un’infermiera mi chiamò per eseguire alcuni esami.

Durante il prelievo del sangue ero un sasso e le lacrime non volevano smettere di venire giù. Ripetevo dentro me stessa che di lì a poco sarebbe tutto finito, ma era proprio questo che mi faceva male. Era tutto finito. Avrei voluta farla finita anche io. Pensavo che non ne sarei più uscita.

Un raggio di luce squarciò quel momento buio. L’infermiera prese la mia mano e disse “Ti capisco, ci sono passata anche io”.

L’empatia che mi mostrò in quel momento, mi diede speranza, mi scaldò il cuore per un istante. Mi fece alcune domande. Tra i singhiozzi risposi. Anche lei come me era ricorsa alla PMA e come me perse il suo bambino.

La differenza tra noi era che mentre lei non si sentiva ancora pronta per riprovare, io avrei voluto mandare avanti la lancetta dell’orologio per tentare nuovamente, il prima possibile.

In sala operatoria ero un fiume in piena tanto che ebbi problemi con l’anestesia. Al risveglio c’era mio marito con me. Non riesco a descrivere come mi sentissi in quel momento. Da un lato forse “sollevata”, dall’altro svuotata di ogni gioia ed emozione.

In stanza fortunatamente non mi hanno messa insieme a mamme che avevano appena partorito come è capitato ad altre donne.

Mio marito si allontanò qualche minuto e una suora del reparto, vedendomi sola, venne a farmi compagnia. Mi tenne la mano, in silenzio, fino al ritorno del mio Lui.

Al momento delle dimissioni e del mio rientro a casa, mi salutò con un dolcissimo sorriso e con queste parole “Ci vediamo al parto.”

E’ stato un saluto pieno di speranza che mi regalò la voglia di andare avanti con ottimismo e di non perdere di vista il mio obiettivo.

Certo i giorni seguenti non furono facili. Presi il tempo per elaborare il mio lutto. La solitudine era diventata la mia migliore amica. Nessuno in quel momento avrebbe potuto starmi vicino.

Qualche mese dopo ebbi la forza di riprovarci. Un secondo transfer e provai la grande gioia di vedere nuovamente la seconda linea sul test di gravidanza. Ero felice, ma terrorizzata. Non avrei sopportato di provare nuovamente quel dolore. Le prime settimane furono difficilissime. Ero molto tesa, nervosa. Non mi stavo godendo quel momento e cominciarono anche delle perdite a complicare ulteriormente la situazione. Il mio medico mi tranquillizzò: erano normali perdite da impianto.

Una mattina però mi svegliai con una sensazione di bagnato. Guardai immediatamente sotto le coperte ed ero coperta di sangue. Urlai disperata a mio marito di svegliarsi. Nel giro di cinque minuti eravamo in macchina diretti al pronto soccorso. Durante il tragitto non potevo fare a meno di controllarmi per monitorare se le perdite si fossero arrestate o meno.

Ero quasi rassegnata, forse perché in questo caso almeno c’erano state delle avvisaglie. Il fatto di avere delle perdite ematiche perlomeno mi aveva preparata al peggio.

Arrivati in Ospedale, solita scena della prima volta: un paio di giovani ragazze che mal ti accoglievano al triage con aria scocciata di coloro che avrebbero voluto stare da un’altra parte, si appuntavano il tuo nome e facevano un paio di domande.

Ero lì in silenzio senza lacrime, con lo sguardo perso nel vuoto e prontissima ad ascoltare le famose parole “Mi dispiace, si è interrotta la gravidanza”.

Fui visitata da una giovane dottoressa con fare svogliato e quasi infastidita mi disse che era tutto OK. Io ero stupita, incredula e meravigliata.

LUI era lì, aggrappato a me col suo cuoricino che batteva forte.  Chiesi il perché di quelle perdite così abbondanti e non mi diedero nessuna risposta sensata. Domandai anche se avessi avuto bisogno di prendere qualcosa per quelle “minacce”, qualche farmaco, fare ulteriori accertamenti e la simpaticissima dottoressa mi liquidò con un “Se deve andare andrà!”.

Capii che non era la persona più indicata a cui rivolgermi in quel momento (e probabilmente anche per svolgere quella professione). Mentre mi stavo rivestendo sentii che commentava l’episodio con un collega, sminuendo l’accaduto fino a ridicolizzarlo ed esprimendosi con queste parole “Questa è venuta qui per due gocce di sangue…”.

Quando capii che quelle parole erano rivolte a me, la ragione mi abbandonò. Ero un concentrato di emozioni, tra la paura di aver perso di nuovo il mio bambino, il sollievo di aver appurato che era tutto ok, il sentire quelle parole prive di empatia, ma anche di etica professionale.

Non ricordo esattamente cosa le dissi, ma gliene dissi di ogni. Si giustificò dicendo che era il cambio turno ed era stanca. Volevo solo andarmene e lasciarmi alle spalle il suo sgradevole volto e le sue vergognose parole.

Non c’è pace per le donne che cercano una gravidanza e devono sopravvivere tra mille difficoltà evitando di impazzire. Non c’è empatia per loro, humana pietas; al contrario, più si è fragili, provati da un tortuoso cammino fatto di ostacoli ed eventi traumatici, più le persone si accaniscono, si sentono più forti e scaltre. In realtà sono solo vili e misere. Quanto sono spietati gli esseri umani? E le donne? Come fanno a non entrare in empatia con le loro simili? E le donne che scelgono di svolgere la professione di medico senza che nessuno punti loro una pistola alla tempia, che tipo di sadismo provano nell’infierire contro altre donne che stanno attraversando un oceano di dolore?

Questi episodi hanno fatto vacillare il mio desiderio di maternità, lo ammetto. Mi sono chiesta se davvero fosse il caso di mettere al mondo (in questo mondo) una creatura.

Quando si ha la sfortuna di vivere un lutto perinatale o un aborto, o anche solo una gravidanza difficile, si deve fare i conti non solo col proprio dolore, rabbia, frustrazione e paura, ma anche con individui volgari, meschini, inopportuni. Ma poi si sa, il male non può vincere sul bene e quello che possiamo fare noi è prendere le distanze da certi comportamenti, di migliorarci giorno dopo giorno, di guardare al prossimo con rispetto e compassione, di non ripetere gli errori che altri hanno fatto con noi e prima di aprire bocca e dire qualsiasi cosa che ci venga in mente, o agire d’impulso, fermarsi a riflettere “E se fossi io al suo posto?”.

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