Gravidanza,  La Mia Esperienza

La (non) Dolce Attesa

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dolce attesa

I fatidici nove mesi, come ho accennato in altre occasioni, non sono stati lo “stato di grazia” che descrivono molte donne.

Quando la dolce attesa arriva in modo inaspettato o appena ci si mette alla ricerca della cicogna, tutto appare roseo e dannatamente fiabesco.

Al contrario, quando si arriva al concepimento dopo un percorso tormentato, non sempre si riesce a mantenere il controllo, gestire l’ansia e godersi il “Qui e Ora”.

Durante i primi due mesi dall’esito positivo del test, eseguivo ecografie tutte le settimane.

Non è salutare, non è consigliabile, ma non potevo farne a meno. Pensare di attendere trenta lunghissimi giorni per sapere se quel cuoricino battesse ancora, mi faceva impazzire. Dovevo sentirmi rassicurata e decisi di agire come meglio credevo fosse per la mia serenità.

In quel periodo al già delicato stato carico di sbalzi ormonali, si aggiunsero problemi al lavoro.

Il forte stress insieme alle perdite avute durante il primo trimestre, mi costrinsero a un riposo forzato.

Quante donne ho sentito (e sento tutt’ora) inveire contro altre perché “Essere incinta non vuol dire essere malata”, “Si mettono in gravidanza a rischio il giorno dopo, che vergogna”, “E ci credo che poi non assumono donne. Se ne approfittano, non vogliono lavorare”.

Quanta povertà d’animo! Quanta pochezza!

Probabilmente anche a me, da sciocca ragazzina presuntuosa capitò in passato di arrogarmi il diritto di giudicare le scelte di altre donne senza conoscerne profondamente la storia.

Devi attraversarli gli uragani per sentirne la violenza con la quale si manifestano, devi scalarle le montagne per provare sulla tua pelle la stanchezza, il freddo, la sensazione di euforia una volta in vetta e la paura di cadere.

Quelle povere stolte – e ingrate – non hanno la più pallida idea della fortuna, del tesoro che la vita ha riservato loro. Le donne che infatti parlano a sproposito sono solitamente quelle che sono rimaste incinta senza neanche aspettarselo, senza cercarlo, solo respirando. Quelle che “Non ho nessun sintomo, 0 fastidi. Mi sento in splendida forma, ho anche pelle e capelli più luminosi”.

Vorrei fosse stato così facile anche per me. Invece no!

I primi tre mesi furono l’inferno in terra. Le perdite continue fino all’approdo al Pronto Soccorso di cui ho raccontato in questo recente post, iniezioni giornaliere di progesterone (solo chi ha sperimentato può capire) che provocavano ascessi dolorosissimi da non permettere neanche di sedersi e dormire, insonnia dovuta alla terapia ormonale obbligatoria fino alla 12 settimana, fortissime nausee e vertigini, bruciori di stomaco talmente intensi da farmi piangere.

A tutto questo si sommava la paura che qualcosa potesse andare nuovamente storto, l’ansia, una condizione lavorativa che avrebbe fatto impallidire anche i lavoratori delle miniere in Unione Sovietica.

L’insieme di questi fattori mi provocò un tale disagio psicologico da immobilizzarmi. Non volevo vedere nessuno. Solo le persone a me più care erano a conoscenza della mia gravidanza, ma non volevo parlarne neanche con loro; avevo una fottut**sima paura che mi bloccava. Non uscivo di casa, non rispondevo al telefono per evitare domande scomode da parte di amiche, colleghe, conoscenti.

Sì, lo ammetto: l’ho vissuta più come una malattia. Come se quei tre mesi mi stessi curando da qualcosa e fossi solo in attesa che i medici dicessero “Ok, ora sei guarita. Sei a posto e puoi continuare la tua vita”.

E fu un po’ così. Ogni settimana che passava mi avvicinava sempre più al traguardo. Lentamente mi sentivo meno malata e poi finalmente la pancia cominciò a farsi vedere.

Perché finché non la vedi, non pensi sia reale. E la gente delicatissima ti fa notare continuamente quanto sia strano che “Ancora non si vede niente”, “Hai una pancia piccola”. E tu a tormentarti con i pensieri più cupi.

Dopo il primo trimestre (ma anche un po’ più in là) mi sentii più serena, ma il coraggio di entrare nel primo negozio dedicato agli articoli per l’infanzia fece capolino verso metà del settimo mese, quando mia madre cominciò a insistere sull’acquisto dei primi vestitini.

Ovviamente mi rifiutai perché a mio avviso “era presto”, diedi solo una sbirciatina. Per lo Shopping aspettai la fine dell’ottavo mese.

Il pupotto durante la fase finale della gravidanza, cresceva alla velocità della luce. I medici decisero d’indurmi il parto un paio di settimane in anticipo per non rischiare un cesareo viste le dimensioni ormai notevoli. Ero arrivata allo sprint finale senza accorgermene!

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