La Mia Esperienza,  Post Partum

Il Post Parto: quelle che le mamme non sanno

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I primi segnali di disagio

Apro una piccola parentesi: le difficoltà nel post parto possono spesso essere conseguenza di segni premonitori verificatisi nel periodo gestazionale.

Come ho detto più volte, l’ansia è stata il comun denominatore del mio percorso PMA e purtroppo non mi ha abbandonata neanche con la prima gravidanza, interrottasi precocemente nel primo trimestre, e ovviamente con la seconda si è rivelata ancora più prepotente proprio perché frutto delle esperienze negative vissute.

I disturbi di ansia durante la gravidanza vengono spesso confusi con i sintomi fisici e psichici propri dell’esperienza di gravidanza. Vengono perciò sottovalutati, oserei direi sminuiti. I medici tendono quasi a ridicolizzare le paure che la donna manifesta e si irritano di fronte a domande o atteggiamenti che non ritengono idonei.

Io manifestai fin da subito alcuni disturbi tra cui insonnia e bulimia nervosa, isolamento.

La mia paura più grande per tutti e nove i mesi è stata quella di perdere il bambino.

La mia era un’ansia che si manifestava con attesa apprensiva che avevo difficoltà a controllare.

Dopo la nascita del bambino i sintomi possono presentarsi nuovamente, più forti e sotto varie forme.

La mia Storia

Giorno delle dimissioni. Nonostante il pessimo post partum riservato dalle Operatrici in Ospedale, quello era pur sempre un luogo ovattato in cui dovevo preoccuparmi e occuparmi solo del mio bambino. Mentre preparavo la valigia per tornare a casa cominciavano a maturare in me sentimenti contrastanti: euforia e paura erano i principali. Facevo ritorno in una casa nuova di zecca col bambino tanto desiderato: era severamente vietato lamentarsi!

Nessuno capiva quante energie e sacrifici mi era costato tutto questo.

Talmente tanti che ormai la stanchezza aveva preso il sopravvento e non riuscivo a godermi quello che mi ero conquistata con lacrime e sudore.

Il percorso PMA, la dolce attesa (per chi?), il parto traumatico e il post partum che di certo nessuno ti sponsorizza per quello che è. Ero devastata.

Le mie risorse finanziarie erano state polverizzate dalla fecondazione e dalla ristrutturazione della nuova casa di cui avevo seguito i lavori in prima persona fino al nono mese, pulizie finali e trasloco inclusi.

Alcuni lavori di rifinitura continuarono anche dopo il parto. Appena uscita dall’Ospedale c’erano loro, i “miei amici” muratori, ad accogliermi. E fu così per molte mattine a venire. Io dopo una notte passata letteralmente in bianco, spossata, con le gambe che si piegavano, la vista annebbiata, dovevo vedermela anche con loro. Ero esausta.

Il bambino tanto sognato si dimostrò semplicemente ingestibile. Piangeva h24 e fu la cosa più frustrante mai immaginata.

Avevo fantasticato così tanto su quel bambino. Immaginavo di tornare a casa con lui, di tenerlo in braccio avvolto in una calda coperta, di allattarlo amorevolmente, di metterlo nel suo lettino accanto al mio per dormire.

Invece si dimostrò tutt’altro. E’ stato un bambino eccessivo in tutto: nel pianto, nel nutrirsi, nello star sveglio, nell’ assorbire totalmente ogni singola parte di me, tanto da sentirmi annegare in quel rapporto totalizzante.

Ospiti indesiderati

I soliti curiosi si auto invitavano con la scusa di darmi gli auguri per la mia nuova vita.

Una mia amica d’infanzia, con poca sensibilità, pretese di venire il giorno dopo il nostro ritorno a casa. Dico “pretese” perché quando le feci presente che ero davvero in difficoltà, straziata da quei giorni lunghissimi, pesanti come macigni, lei senza nasconderlo si offese, facendomi passare per quella esagerata. Pensai che avesse ragione lei. Forse “me la stavo tirando” un po’ troppo.

Venne e si fermò a cena con suo marito. Non avevo tempo per bere un bicchier d’acqua, figuriamoci per cucinare. Ordinammo una pizza sulla quale stavo per addormentarmi.

Il bambino piangeva disperato, dovevo allattare e mi sentivo a disagio a farlo davanti a loro.

Con vergogna chiesi quasi il permesso di recarmi in camera per stare più tranquilla in quel momento delicato.

Finì che mentre nutrivo la mia creatura, mi addormentai e non riuscii a salutare gli ospiti quando se ne andarono. Mi sentii in colpa il giorno seguente e le scrissi per chiederle scusa.

Solo molto tempo più tardi presi consapevolezza del fatto che forse ero io quella che avrebbe dovuto ricevere delle scuse.

Arrivai al punto di mettere un freno: STOP alle visite indesiderate!

Ero allo stremo delle forze. I miei genitori entusiasti del loro nuovo ruolo di nonni furono presenti inizialmente.

Ripeto “presenti”, che non vuol dire UTILI, di aiuto, di supporto. Vuol dire solo che venivano il mattino presto a casa, nel momento che avrei potuto dormire almeno un’oretta, li avevo tra i piedi fino all’ora di pranzo con i loro giudizi, le loro critiche continue, i loro modi di fare Medievali, con i loro “Si fa così”, “Ai tempi nostri si faceva cosi” (ecco..ai tempi vostri) e via discorrendo.

Ho sempre avuto un rapporto tormentato con loro, ma ancor di più dopo la nascita del bambino perché ora non avrei potuto permettere di essere trattata come un’adolescente. Quindi spesso sono stata costretta ad allontanarli perché la loro presenza mi faceva più male che bene.

depressione post parto

Il punto di rottura

Ero stanca, spaesata ed esasperata, dimenticavo di fare pipì e guardarmi allo specchio, per giorni non riuscivo a fare una doccia, quando la giornata volgeva al termine e cominciava a farsi buio ero tormentata, angosciata, in ansia perché sapevo cosa mi aspettava: il pianto era diventato  insostenibile. Appena sembrava fosse tutto tranquillo, pronti per dormire, eccolo là che partiva con urla strazianti facendo sobbalzare me e il neo papà.

Conoscete la tortura della goccia cinese, no? Io piangevo con lui, gridavo. Le provammo tutte: latte, massaggi, passeggiatine, dolci nanne, rumori bianchi, bagnetto, goccine per coliche. Niente da fare. In più di un’occasione fummo sul punto di andare al pronto soccorso per capire se ci fosse dell’altro.

Alla fine decisi parlai con la Pediatra; anzi più di una. Chiesi il parere di tre Medici che visitarono scrupolosamente il bambino. Il responso fu: “E’ in ottimo stato di salute. Se lo deve tenere così fino a tre anni. Non tutti i bambini si abbandonano facilmente al sonno”.

Tremavo, nel vero senso della parola.  

Cominciò a farsi strada quello stato di depressione/ malinconia. Non riuscivo ad amare il mio bambino. Il suo pianto continuo per gran parte della giornata e della notte suonava come un rimprovero. Stava lì a dirmi: “Tu non sei una brava mamma. Hanno ragione i Nonni a dire che non sei in grado. Io non ti amo”.

Vedevo quel piccolo fagotto come il mio nemico N° 1 perché il suo giudizio era l’unico di cui davvero mi importasse per la prima volta in vita mia e quel suo atteggiamento mi faceva capire che non ne aveva uno positivo per me.

Mi è bastato poco per capire che l’equilibrio e la pace della pubblicità Barilla non esiste, almeno all’inizio.

Mi sentivo snervata, irritata, stanca, insofferente, schiavizzata dalle incessanti richieste, sfibrata, dedita a quel ruolo a tempo pieno, sola, smarrita.

Piangevo ormai allo stesso ritmo di mio figlio, forse anche di più. Restavo intere giornate sul divano con lo sguardo perso nel vuoto e pensieri sempre più angoscianti si facevano prepotentemente spazio.

Decisi che era ora di ricorrere all’aiuto di un professionista per venirne fuori.

La Psicoterapia

Durante il tragitto da casa verso lo studio di
psicoterapia, pensavo a come avrei iniziato il discorso, a come mi sarei presentata, a giustificare la mia presenza in quel luogo.

Quando poi arrivai, ebbi il vuoto nella mia testa. D’improvviso la mia bocca cominciò a parlare senza filtri. Dissi cose che non avevo mai
neanche immaginato prima, che non sapevo neanche di provare. Fu una sensazione molto strana.

Le mie prime parole tra i singhiozzi furono: “Non sto bene. Ho un bambino piccolo, avuto grazie alla fecondazione assistita. Ho sofferto molto per averlo ed è come se la sua nascita non avesse compensato tutto il dolore provato”.

Continuai a piangere per i restanti cinquanta minuti. Mi sentivo in colpa per quelle frasi così forti, crudeli. Come potevo non sentirmi pienamente felice nonostante il mio bambino?

Quel giorno lasciai lo studio più leggera. Mi ero liberata e man mano che passavano i giorni, e grazie alla mia terapeuta, capii alcune cose.

Il problema non era il mio bambino. Ero finita in psicoterapia pensando che fosse mio figlio a farmi del male. Riuscii invece a capire che lui era la cosa più bella della mia vita. Era il mio Tutto, la mia essenza e che non sarei vissuta senza Lui su questa Terra. Avrei rivissuto ogni singolo straziante giorno per averlo con me.

Il problema era la mancanza di supporto pratico ed emotivo.

Prima, durante e dopo la gravidanza, sarebbe opportuno prendersi cura non solo del fisico, ma anche dell’aspetto emotivo della Donna, con
assistenza specifica e formazione adeguata per tutti gli operatori che gestiscono il percorso.

Il supporto da parte della famiglia, del Neo-Papà è fondamentale e riduce il rischio di arrivare a
tragici epiloghi.
Solitamente però chi gravita intorno a una Neo Mamma investe le energie e attenzioni sul neonato, trascurando la Donna che ha messo al mondo una nuova vita.

La mamma, se messa continuamente alla prova, caricata di responsabilità, può soccombere sotto il peso delle aspettative altrui nei suoi confronti. Era esattamente quello che stava capitando a me.

Il mio era un caso di Depressione? Burnout?

Quest’ultimo termine in psicologia sta a indicare un sovraccarico mentale dovuto a un eccesso di aspettative e\o di lavoro. Non a caso si manifesta spesso tra i lavoratori che svolgono professioni di cura (medici, infermieri ecc); dunque è ricorrente anche tra i genitori che per natura della loro condizione si trovano a dover accudire, sostenere un piccolo esserino non autosufficiente.

La nascita di un bambino per quanto speciale sia, stravolge equilibri, ritmi, vite. Il bambino catalizza
attenzioni, sottrae energie fisiche, psicologiche ed emotive.

Una mamma (ma anche un papà) possono esserne vittime nel momento in cui si caricano di impegni in famiglia e sul lavoro in modo eccessivo tanto da bloccarsi sia emotivamente che
fisicamente.

Io presentavo tutti i sintomi di questa sindrome: affaticamento cronico con conseguente demotivazione, trascuratezza personale e relazionale, delusione, sentimento di inappropriatezza, distacco emotivo, disinteresse verso il lavoro domestico e l’accudimento familiare, irritabilità

Morale della "favola"

Piccolo aneddoto!

Dopo un paio di giorni dalla nascita di mio figlio, mi recai alla ASL di competenza per l’assegnazione del pediatria.

Andai sola. Avevo bisogno di uscire, di prendere una boccata di ossigeno.

Quando l’impiegata vide la data di nascita del bambino sul certificato mi guardò con un senso di stupore misto ad ammirazione e disse: “Complimenti Signora”, alludendo al fatto che ero lì sola trafitta dalla stanchezza. E continuò “Ora lasci stare piatti e lavatrici, stia col suo bambino e quando lui dorme…lei dorma con lui”.

Avevo gli occhi lucidi, in quel periodo piangevo per niente. Però la Signora mi aveva commossa. Dopo tanta freddezza, indelicatezza da parte di donne di ogni genere, una sconosciuta impiegata in un pubblico ufficio aveva mostrato un po’ di empatia.

Cercai di seguire i suoi consigli, ma non sempre fu possibile. Ora a distanza di tempo posso dire che il perfezionismo lasciatelo in un cassetto e buttate la chiave per un po’.

La casa perfetta può aspettare, le visite di parenti, amici, conoscenti (spesso non graditi), possono essere rimandate a momenti migliori. Mettete al centro del vostro nuovo mondo voi stesse e il vostro bambino. Dovete trovare un nuovo equilibrio e la presenza di persone che dispensano consigli non richiesti, fanno affermazioni di dubbio gusto, danno giudizi inopportuni non aiuta.

Sicuramente confrontarsi con altre mamme che stanno vivendo la stessa situazione aiuterà a sentirsi meno sole e sbagliate.

Se ne sentite il bisogno prendetevi tempo per voi stesse, senza sensi di colpa. Delegate se ne avete la possibilità. Anche se non si è sempre in totale accordo con genitori, fratelli ecc, il loro aiuto può
diventare importante e fondamentale per riprendersi il proprio tempo, per ritagliarsi spazi col Partner.

Chiedete aiuto! Non vergognatevi. Quando sentite di sprofondare, non usate il telefono per spiare  sui Social profili di personaggi irreali, di famiglie e mamme perfette; usatelo per chiamare un bravo specialista che possa aiutarvi a ritrovare voi stesse. Avete questa responsabilità nei confronti del vostro bambino e di voi stesse!

Tornate ad AMARVI! Io ci sto lavorando. Non è facile, ma indispensabile!

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