La Mia Esperienza

Il Parto: quello che le mamme non dicono

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Dopo anni di ricerca di una gravidanza, forte desiderio di maternità, dolci fantasie su come e cosa sarebbe stato il momento del parto e dopo la nascita, eccoci arrivati al fotofinish!

Non avevo pensato molto al momento del parto nei nove mesi precedenti quel momento.

Quando scelsero di ricoverarmi in ospedale per l’induzione, continuavo a pensare che fosse una cosa lontana e irreale, che non mi riguardasse. Non realizzavo che avrei avuto il mio bambino da lì a breve.

Nessuno mi mise al corrente sugli step da seguire per questa famosa induzione.

So solo che dopo una dolorosa visita, cominciai ad avere dolori che nel giro di poco si trasformarono in intense e ravvicinate contrazioni con annessa rottura delle acque.

Il mio Lui era lì con me e mai come in tutta la nostra lunga storia insieme l’ho visto bello, dolce e al tempo stesso forte. L’ho amato profondamente in quelle infinite ore. Ho voluto solo Lui vicino. Nessun altro! Era finalmente il nostro momento per cui avevamo lottato, pianto e sofferto. Nessuno oltre noi avrebbe potuto capirlo.

Mi portarono subito in sala parto e da lì cominciarono costanti controlli e monitoraggi.

L’Ostetrica era molto dolce e decisa. Mi diede dei consigli utili su come sopportare il dolore che si faceva via via sempre più acuto.

Avevo sentito diversi racconti di amiche, cugine, conoscenti riguardo il parto. Sui dettagli splatter ho sempre preferito tapparmi le orecchie. Un paio di cose però le avevo memorizzate e avevo giurato che nel caso in cui mi fossi trovata nella situazione un giorno, avrei fatto espressamente richiesta di:

1)   Non ricorrere all’Episiotomia

2)  Evitare la manovra di Kristeller

3) Assolutamente niente ventosa e altri arnesi Medioevali per prelevare la povera creatura 

Comunicai queste mie volontà a tutti i Medici, Ostetriche, Infermieri e qualsiasi altra figura vedevo vagare per corridoi e sala parto in quei concitati momenti.

Le ripetevo in continuazione come una litania. Volevo che fosse chiaro a tutti. Non avevo intenzione di sperimentare più dolore di quello che già stavo provando e adottare pratiche che non condividevo.

Intanto passavano i minuti, le ore…e ore…e ancora ore infinite. Sentivo le voci (in tutti i sensi 🙂

Nella stanza accanto sembrava si stesse consumando un pigiama party. Quella sera, che poi diventò notte, che poi diventò mattino, c’erano diverse giovani praticanti. Le sentivo parlare, ridere e ogni tanto qualcuna si affacciava affiancata dall’Ostetrica chiedendomi se poteva visitarmi “per fare esperienza”.

Quindi tra le visiti “ufficiali” dell’Ostetrica e ginecologa di turno e quelle delle giovani allieve, persi il conto di quante volte venni “maneggiata”.

Lasciai fare perché il momento era quello che era. Lo trovai quasi normale e giusto.

Solo quando tutto finì, mi resi conto che No, non era normale.

Forse ero abituata a vedere quei film in cui il parto avviene tra le luci soffuse di una bella Clinica in cui un’amorevole ostetrica tiene la mano della paziente e dolcemente la invita a spingere. In cui si crea una relazione tra le due Donne e al massimo c’è la presenza del Partner che anche se non è di molto sostegno in quei momenti, è giusto che ci sia.

La “mia” sala parto invece a un certo punto era diventata un Cinema. Un via vai di gente e una decina tra Operatori vari e specializzande che schierate come un plotone di esecuzione mi fissavano nelle mie parti più intime, nel mio momento più prezioso. Una di loro con la faccia annoiata dai miei lamenti, si mise alla mia destra e io, in un momento di sforzo, istintivamente mi aggrappai al suo Camice. La sua reazione mi raggelò nonostante in quel momento avessi altro a cui pensare. Mi tolse la mano con violenza dicendo “Ehi, così me lo rompi” tra le risate delle sue compagne.

Per un secondo dimenticai quasi dov’ero e cosa stesse avvenendo. Avrei avuto voglia di schiaffeggiarla, lo ammetto, e di gridarle di andarsene, che quello era il giorno più importante della mia vita e che non volevo condividerlo con un essere spregevole come lei.

Ma niente, non feci e non dissi niente. Dovevo concentrarmi sul dare alla luce il mio Miracolo, ma non ero a mio agio, non capivo quello che dovevo fare. Forse aver ricorso all’epidurale aveva confuso i sintomi e non riuscivo a gestire il mio corpo.

Chiedevo, facevo domande all’Ostetrica e Ginecologa di turno continuando sempre a implorare di non ricorrere alle pratiche che citavo sopra.

Le vedevo smarrite, si parlavano all’orecchio o sottovoce e la cosa mi insospettiva non poco.

Improvvisamente l’Ostetrica disse: “Lo dobbiamo fare”. Ricordo solo di aver urlato un lunghissimo e straziante “NOOoooOOooOO”.

Nel giro di pochi secondi ritrovai la ginecologa che premeva con forza sulla mia pancia (punto 2 di cui sopra) e l’Ostetrica che praticava il simpaticissimo punto 1 di cui sopra.

Poco dopo mio figlio venne al mondo. Non capii niente.

Ero solo stremata e confusa. Il neo Papà invece emozionato, ma non so per quale motivo non gli chiesero se avesse voluto tagliare il cordone, pratica che so essere molto comune ormai.

Misero subito il piccolo su di me e ci lasciarono soli in una stanza che definiscono “del risveglio”. Ero devastata, piena di dolori ovunque che non riuscivo a individuare/definire. Il neo papà stanco (LUI EH…LUI STANCO) andò a riposare (LUI ANDO’ A RIPOSARE).

Mi si chiudevano gli occhi e avevo paura che il bambino mi scivolasse dalle braccia. Chiamai aiuto, ma nessuno venne in mio soccorso. Non potevo muovermi tra gli aghi ancora nelle braccia e la sutura. Ero disperata e volevo solo piangere.

Restai così per circa due ore prima che venissero a prendere il piccolo per i controlli di routine e mi portarono in camera che era già giorno. Le compagne di stanza stavano facendo colazione. Io ero fuori dalle 16 del giorno precedente e non dormivo da 24 ore ….non avrei dormito mai più.

 

Dopo poco arrivò un’infermiera con il mio bambino. Fu una strana sensazione. Mi sentivo completa con lui accanto, una donna nuova, ma al tempo stesso ero così confusa e tragicamente, irrimediabilmente stanca e dolorante. Il bambino piangeva come non ho mai sentito piangere nessuno. Aveva fame, e io non avevo latte o almeno non abbastanza per le sue necessità.

Un’infermiera venne infastidita da quelle urla. Priva di grazia mi disse di attaccarlo, ma niente. Non si attaccava, e gridava, gridava in modo straziante. Lei sempre più spazientita e io mortificata, sempre più stanca, preoccupata e frustrata. Mi sentivo colpevole per non avere latte, inadeguata perché non riuscivo a nutrire il mio bambino, in imbarazzo per quelle urla disumane che sembravano impossibili provenire da un corpo così piccolo. Ero al centro delle attenzioni di tutti: mi sentivo giudicata.
 

Chiesi un po’ di latte artificiale, almeno per calmarlo. Mi fu negato, ma al contempo portarono un biberon e senza dirmi niente lo diedero al piccolo. Chiesi cosa fosse. “Acqua e zucchero” risposero. Divenni una leonessa. Ma come si permettevano. Senza il mio consenso, senza dirmi niente stavano “nutrendo” a modo loro il mio bambino. Dissi che non ero d’accordo e mi sentii dire ancora “Allora attaccalo”.

Ero stremata e avevo dolori forti dovuti al taglio e altri imprevisti del parto che non sto qui a citare.

Mi diedero antidolorifico tramite flebo, avevo un braccio gonfio e livido per la quantità di aghi inseriti male, non riuscivo a muovermi e mi sembrava assurdo, un incubo vero. Non era così che avevo immaginato il periodo successivo alla nascita del figlio tanto desiderato.

Per una vita avevo sentivo dire che col parto naturale a differenza del cesareo riesci subito a camminare, che soffri prima, ma dopo stai benissimo. Io invece non riuscivo a muovermi. Il bambino dal momento in cui è venuto al mondo non faceva altro che piangere: ero sul punto di crollare.
Chiesi la cortesia a un’infermiera di portarlo al Nido almeno il tempo della flebo.

Si rifiutò dicendo che dovevo attaccarlo. Quella frase ormai riecheggiava nella mia mente come una minaccia e un rimprovero.

Quell’ennesimo rifiuto alla mia richiesta di aiuto mi fece crollare. Scoppiai in un pianto disperato. Solo allora decisero di prendere il piccolo in braccio per calmarlo e diedero a me 10 minuti contati per finire la flebo per poi riportarmelo immediatamente.

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me in quel momento.

Tutti pensavano al bambino che doveva essere allattato al seno e basta perché ormai quella era la procedura, la politica della struttura ospedaliera, perché il Rooming in era stato attuato per questo motivo.

Nessuno pensava a me che non dormivo ormai da oltre 30/36 ore (persi il conto), 12 ore di travaglio, avevo subito un’episiotomia, avevo punti, emorroidi, aghi che mi avevano bucato ogni centimetro delle mie braccia. Niente, per la neo mamma nessuna pietà.

E per finire mentre provavo a cambiare il mio primo pannolino, una suora vedendomi in difficoltà (in realtà ero emozionata e un pò impacciata), me lo tolse dalle mani affermando “Ma non sei capace? Faccio io”.

Ora capisco perché le donne parlando del giorno del parto come un momento indimenticabile.

Questo fu solo l’inizio!…continua…

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