La Mia Esperienza

Genitori Incapaci? No, trattasi di bambini ad alto bisogno

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Il mio bambino si è mostrato “impegnativo” fin da quando era nella pancia. Dalle nausee ai bruciori di stomaco, dai piedi piantati perennemente tra le costole alla pressione esercitata sulla vescica che mi ha fatto conoscere le toilette di mezza Italia. Scalciava così tanto da farmi sobbalzare ovunque mi trovassi. Insomma, non mi ha fatto mancare niente.

Certo, sono i classici sintomi di quasi tutte le donne in gravidanza, ma sicuramente ognuna le vive con intensità diverse.

Quando mi ricoverarono un paio di giorni prima del parto, tra i pianti dei bambini del reparto, ne ricordo solo uno. Era qualcosa di straziante, insopportabile, disperato, senza fine. Pensavo tra me e me “Povera mamma” oppure “Ma cosa stanno facendo a quella creatura!?”. Non avevo la più pallida idea che di lì a poco la “mamma poveraccia number 2” sarei stata io.

Fu proprio così: dopo una faticosa gravidanza e un parto estenuante, quello che mi ci voleva era un bambino ad alto bisogno.

Ero in stanza con altre tre donne, di cui una con gemelli, e tutti quei bambini messi insieme non piangevano né con la stessa intensità né con la stessa perseveranza del mio. Il loro era un dolcissimo “nghe nghe” tipo Cicciobello; quello di mio figlio era una cosa a metà tra gli acuti della famosa scena di Shining e assordante come un jet in fase di decollo.

Non avevo bisogno neanche di suonare il campanello per richiamare l’attenzione delle infermiere. Me le vedevo piombare all’improvviso al mio capezzale con l’aria piuttosto infastidita. Eh già, quelle grida disumane che sembravano improbabili provenire da un corpicino così piccolo, stressavano loro, NON me, dopo 12 (dodici) ore di travaglio e oltre 48 senza dormire.

Continuavo a guardare le mie compagne di avventura per carpire qualche trucco.

Cosa facevano loro meglio di me? Come allattavano? Come consolavano i loro bimbi? Erano più brave di me ad amare i loro piccoli?

Facevo tutto quello che facevano loro e nonostante la stanchezza e i dolori, mi sforzavo di farlo anche meglio, ma niente funzionava.

Il bambino voleva stare in braccio, a contatto, ma ovviamente non troppo. Aveva fame, urlava disperatamente. Quelle grida mostravano un’urgenza, forse quella che mostrerebbe un bambino lasciato a digiuno per tre giorni.

Poi però, seno alla mano, non si attaccava. Si rifiutava perché non era abbastanza per lui. Il mio latte c’era, lo vedevo, me lo confermò l’ostetrica prima, poi la pediatra. Inutile dire che a lui non bastava. Lui voleva di più, tutto e subito. Mi convinsi che avesse bisogno della famosa “aggiunta” al latte materno e questa fase fu anche peggio della precedente.

 

Una volta a casa

Si sa, allattare al seno vuol dire avere la pappa subito bella e pronta, mentre il latte artificiale implica quella preparazione di 10 minuti che diventavano l’inferno in terra. Passava da 0 a 100 in un millesimo di secondo a qualunque ora del giorno e della notte, non sapeva pazientare. Gridava con tutto il fiato che aveva in corpo lasciando me e il papa totalmente inebetiti, storditi. Piangeva prima, durante e dopo averlo allattato. I vicini tra il preoccupato e l’incuriosito, spesso venivano alla mia porta a chiedere se fosse tutto ok.

Fare i conti con quella realtà mi spiazzò (o spezzò). Abbandonai tutto d’un colpo l’immagine romantica della maternità.

Qualsiasi cosa facessi, non era mai contento. Continuava a esprimere insoddisfazione e disagio in modo così prepotente da farmi sentire incapace, inadeguata. Ricordo che nonostante i suoi pochi giorni/ settimane di vita, mi sentivo letteralmente e fisicamente respinta. Con la sua minuscola manina mi allontanava perché non sopportava il contatto fisico a dispetto di quello che mi veniva consigliato da amiche varie “Coccolalo, stringilo a te, fallo sentire protetto”. Anche no! Tutto quello che valeva per altri bambini, non valeva per lui. So di bambini ad alto bisogno che, al contrario del mio, manifestano l’esigenza di stare “pelle a pelle”, di essere portati in fascia: anche qui mio figlio ha voluto far sentire con la sua “vocina”, il suo punto di vista.

Non dormiva! N O N  D O R M I V A

Sapete cosa significa non dormire? Non stiamo parlando del non dormire di quando si è adolescenti, o quando si fanno bagordi durante l’Università, quando cioè tutto sembra possibile.

Sopra i trent’anni, se non dormi perché hai un neonato ad alto bisogno, puoi dire addio alla tua sanità mentale: sfiori l’esaurimento nervoso. Non si può chiamare in nessun altro modo, impazzisci letteralmente.

Dopo esser uscita sfiancata nell’intento di farlo addormentare, ero costretta a restare immobile, accanto a lui senza fiatare o spostarmi di un millimetro. Aveva il sonno esageratamente leggero. Il minimo rumore o spostamento d’aria lo svegliava.

Questo vuol dire che se anche avessi voluto approfittare dei suoi dieci minuti di sonno per farmi una doccia, far partire la lavatrice o lavare i piatti dei tre giorni precedenti, sarebbe stato impossibile. Non me lo avrebbe permesso.

Ho letto e sentito parlare di routine spessissime volte. Tutti a dirmi “deve avere una routine, devi dargli delle abitudini“: neanche questo è del tutto vero per un bambino del genere. Perché è lui stesso a cambiare, pretendere cose diverse ogni giorno. Non sono mai riuscita ad abituarlo (o ad abituarmi io stessa) a certi ritmi, che subito dopo, eccolo là, già cercava, voleva, pretendeva altro.

Aveva un incessante bisogno di ciucciare: seno, ciuccio, biberon, qualsiasi cosa era buona per lui. Inizialmente ero restia a introdurre elementi che potessero interferire con l’allattamento, ma a seguito di un episodio in cui mi rimase attaccato tutta (e quando dico TUTTA, dico T U T T A) la notte usandomi come ciuccio vivente, cedetti al fascino dei ciucci di ogni forma e colore.

Come affrontai tutto questo?

Senza accorgermene diventai una molla: appena cominciava a far sentire la sua voce, mi ritrovavo a girare senza respiro come una trottola per casa,  cercando e sperando di bloccarlo subito quel pianto inconsolabile e rispondendo nell’immediato alle sue esigenze: sembrava non bastare mai.  Qualsiasi cosa facessi, niente lo faceva star meglio. Tremavo, avevo i brividi: e non è un modo di dire. Ero costantemente in ansia: le sue grida mi mandavano nel panico. Erano costanti, forti, mi tormentavano. Giorno e notte, notte e poi giorno senza soluzione di continuità. Non sapevo più che ora era, che giorno era, che epoca storica stavamo vivendo. Ero in una bolla, uno zombie che vagava senza forze. Annebbiata. Non riuscivo a comprendere neanche le istruzioni del latte in polvere o elaborare un discorso di senso compiuto con un adulto.

Col tempo la stanchezza mi portò a essere anche meno tollerante con quelle urla e quando lui iniziava, mi sentivo agitata, nervosa, nevrotica, prosciugata da ogni barlume di energia, sfibrata.

E Oggi?

Oggi è ancora un bambino ad alto bisogno. Irruento, indipendente, autonomo, curioso all’inverosimile. Ha bisogno del contatto, ma anche dei suoi spazi.

E’ estremo in ogni manifestazione delle sue emozioni e nei suoi interessi: ama la comfort zone rappresentata dalla sua casa, la sua camera con i giochi ai quali è affezionato o andare al parco.

Impossibile invece girare con lui al supermercato, ma anche una passeggiata fuori porta può rivelarsi un’impresa titanica perché appena stanco e assonnato diventa irritabile e intrattabile: ovviamente non c’è modo di farlo addormentare nel passeggino. Questo genera uno stato di ansia ogni volta che intendiamo programmare qualcosa con lui. Innumerevoli sono le volte in cui siamo stati costretti a piantare in asso coppie di amici (con i loro biumbi bambolotti-modello perfetti) in ogni dove e far ritorno a casa, perchè era ingestibile.

A distanza di due anni e mezzo, ho scoperto di aver avuto un neonato ad alto bisogno. Nessuno me ne ha mai parlato quando avrei avuto la necessità di sapere, conoscere. Nessun medico, pediatra, specialista, psicologo. Tutti sempre pronti a dirmi “E’ un bambino. I bambini piangono e non dormono. E’ genetica”.

Avessi saputo prima dell’esistenza di una categoria di bambini con queste caratteristiche, mi sarei sentita meno sbagliata e avrei vissuto la mia maternità con più leggerezza senza rincorrere la perfezione, cercare di fronteggiare in ogni modo dei bisogni impossibili (avevo parlato in tempi non sospetti del mio stato d’animo dopo il parto in questo articolo). Semplicemente bisognava lasciar correre. Ma in Italia è più facile parlare di madre incompetente che di figlio ad alto bisogno. E’ più facile per tutti puntare il dito, crocifiggere la madre, dirle “Devi stare calma. Il bambino è nervoso a causa tua. Assorbe tutta la tua ansia” (e queste sono le cose più dolci che si sente dire una neo mamma. Vi risparmio il resto).

Oggi sia io che il Papà tiriamo un sospiro di sollievo. Siamo usciti da quel limbo che ci terrorizzava, ci faceva sentire diversi e dei cattivi genitori rispetto agli altri. Oggi possiamo dire che abbiamo fatto tutto (e anche di più) quel che era nelle nostre possibilità e siamo più sereni. Non abbiamo nulla da rimproveraci. Meglio tardi che mai!

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