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Da sole non si può

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Né la prima volta, né la seconda e forse tantomeno le successive.

Non si può affrontare un percorso del genere da sole.

Neanche la più forte, la più convinta, la più tenace delle donne può sopravvivere sola ad un tale carico emotivo.

 

Un vero tsunami che ti travolge, ti trascina negli abissi dell’inquietudine, della solitudine, in uno stato difficilmente descrivibile a parole. Ogni singola cellula ne è coinvolta, ogni organo.
 

Il cuore che batte più forte, il nodo che strozza la gola, lo stomaco che si chiude, il corpo pervaso da brividi, la mente offuscata, le lacrime che scendono, braccia e gambe si irrigidiscono, quasi paralizzano dalla paura, il respiro si affanna. Intraprendere questo percorso ti annienta, comunque vada.

Muori già prima d’iniziare e sapere l’esito di quel che sarà.

Muori…forse c’è chi risorge come la fenice dalle ceneri, o forse muori e basta.

Ma allora perché noi Donne, me compresa, siamo cosi ostinate a volerci provare? E provare di nuovo anche quando non va bene la prima, la seconda, la terza?

Ma veramente questo istinto materno è così totalizzante?

Un angelo custode accanto è fondamentale. Io in questo non sono stata fortunata.

La prima volta ero circondata da amiche disinteressate all’idea di avere un figlio oppure quelle che già lo avevano non avrebbero capito e provato quell’empatia che si sviluppa solo dopo averle vissute sulla propria pelle certe emozioni.

Dall’altra parte c’era la famiglia che non è stata di aiuto, sia perché culturalmente incapace di comprendere quanto stava accedendo, sia perché anche in famiglia c’erano casi problematici in tema di fertilità e gravidanza. Quindi parlarne con persone che già di loro erano depresse e dovevano gestire i loro sbalzi ormonali, non era il top!

La fecondazione è sì assistita, ma non la Donna, non la sua mente e il suo cuore.

La Donna come tale, come persona e individuo non esiste più.

C’è solo un corpo da medicalizzare, da preparare, ripulire, mettere a punto come una macchina per portare a termine il proprio lavoro.

Tu sei lì come sdoppiata, ti guardi dall’esterno e non sei più te. Non senti più il tuo corpo. Punture, farmaci, ormoni, visite sempre più invasive. Il tuo corpo non è più il tuo, non senti neanche più la violazione: tutto diventa “normale routine”, prassi.

 

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